Non (E') solo cosa nostra


giovedì, 09 luglio 2009
 


di Valter Vecellio

Notizie di cui non si deve avere “notizia”, di cui non si occupano i telegiornali, e che raramente compaiono sui giornali:

Alessandria: i medici penitenziari protestano per il rinnovo del contratto.
Venezia: quattro detenuti nelle celle “singole”, fino a otto, i detenuti stipati in quelle che ne dovrebbero ospitare tre.
   Sanremo: carcere super-affollato: 320 detenuti in 209 posti.
   Verbania: mancano gli agenti; pregiudicati i “lavori sociali” dei detenuti.
   Siena: nelle carceri organici ridotti all’osso, sicurezza a rischio.
   Padova: nel carcere “Due Palazzi” c’è l’allarme scarafaggi.
   Sicilia: il Garante dei detenuti della regione Sicilia denuncia: nelle carceri dell’isola la situazione è drammatica.
   Campania: l’Osservatorio sulle condizioni di detenzione denuncia che in un solo giorno sono morti due detenuti.
   Aversa: un detenuto di 43 anni si impicca all’OpG di Aversa.
   Palermo: al carcere dell’Ucciardone per i colloqui, i parenti fanno anche dieci ore di attesa.
   Crotone: un detenuto di 32 anni si toglie la vita, era in carcere da una settimana.
   Venezia: emergenza sanità, c’è un solo medico e per tre ore al giorno.
   Brindisi: agenti penitenziari protestano, l’organico è insufficiente.
   Roma: il segretario della UIL PA Penitenziari Eugenio Sarno denuncia: carceri verso il disastro. Il DAP silente e immobile.
   San Gimignano (SI): sit in di protesta della polizia penitenziaria.
   Sulmona: psicologi carcerari in piazza: situazione insostenibile.
   Busto Arsizio: i rappresentanti della Polizia Penitenziaria denuncia: dietro le sbarre, l’emergenza è una quotidianità.
   Roma: il sindacato OSAPP (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria) annuncia: gli agenti protestano in tutta Italia.
   Milano: anche all’istituto per minorenni “Cesare Beccaria” è emergenza: 540 i ragazzi stipati in celle che ne dovrebbero ospitare 400.
   Roma: il garante dei detenuti della regione Lazio denuncia: pochi agenti, quindi il nuovo carcere di Rieti non apre.
   Palermo: il garante dei detenuti della regione Sicilia denuncia: il carcere della Favignana è disumano.
   Ravenna: il sovraffollamento è del 300 per cento: 60 i posti disponibili, 180 i detenuti.
   Viterbo: contro il sovraffollamento, sit in della polizia penitenziaria.
   Roma: comunicato della UIL: 63.741 detenuti, record nella storia delle carceri italiane.
   Trentino: nelle carceri il 30 per cento di detenuti in più della capienza.
   Tolmezzo: i detenuti sono 293, un centinaio più della capienza del carcere.
   Viterbo: un detenuto tenta il suicidio tagliandosi la gola.
   Napoli: nel carcere di Poggioreale, il più affollato d’Europa, 2700 detenuti sono stipati in celle che ne dovrebbero ospitare non più di 1300.
   Sassari: ai detenuti fanno compagnia i topi, che escono dai cessi alla turca. “Noi e i topi”, raccontano i detenuti, “restiamo chiusi in quella cella per 22 ore al giorno”.
   Bolzano: i detenuti occupano praticamente tutto lo spazio disponibile del carcere. In un’unica cella stipati fino a dodici detenuti.
   Roma: nel carcere di Regina Coeli si dorme per terra su materassi di fortuna.
   Palermo: carcere dell’Ucciardone: i posti letto sono 378, ma i detenuti nel 2008 sono arrivati a essere anche 718 detenuti. In alcune celle da quattro, dormono in dodici, in grappoli di quattro letti a castello. Per dormire si fanno i turni tra il giorno e la notte. I bagni alla turca sono spesso tappati con bottiglioni di vetri, per evitare che i topi che escono dalle fognature fatiscenti invadano le celle.

   Sono solo alcune delle “cronache” dal carcere di cui siamo venuti a conoscenza: fatti e vicende che si sono consumate negli ultimi dieci giorni. Ognuno di questi episodi corrisponde una dettagliata interrogazione presentata dai parlamentari radicali, del PD e dell’Italia dei Valori al ministro della Giustizia Angiolino Alfano, e al ministro della Salute Maurizio Sacconi. Non che ci si illuda circa le “risposte”, che infatti non sono state date, e quando arrivano, giungono dopo mesi. Tuttavia occorre insistere, bisogna non demordere. Devono sentire il fiato sul collo.
   Non si è saputo mettere a frutto il tempo che si era guadagnato con l’indulto. Non si sono neppure gettate le basi per quelle riforme che da tempo si attendono; ora la situazione nelle carceri italiane si è ulteriormente aggravata, incancrenita. Ci vorrebbe un nuovo indulto, accompagnato questa volta da quell’amnistia che sciaguratamente non si è voluta fare. E poi quel programma riformatore di respiro fatto di pene alternative al carcere e depenalizzazione.
   Non è questione di essere tolleranti e condiscendenti verso chi delinque; il problema è che nel momento in cui lo Stato priva della libertà uno dei suoi cittadini, più che mai si fa garante della sua incolumità, della sua salute. Nelle carceri italiane si sconta un supplemento di pena, oltre alla detenzione in quanto tale; nelle carceri italiane ci si uccide per disperazione dopo pochi giorni di detenzione, ci si ammala, si vive in condizioni vergognose; detenuti e agenti di polizia penitenziaria. Non solo: c’è un amarissimo paradosso: quel minimo (davvero minimo) dato di efficienza nei tribunali e nelle carceri, deriva dalla sostanziale inefficienza del sistema. Immaginiamo per un momento che quel 90 per cento di reati rimasti impuniti sia invece punito e si trovi un colpevole; supponiamo che i magistrati riescano a istruire e a celebrare i processi, invece di lasciarli accatastati cibo per topi “amnistiati” per prescrizione; supponiamo che finalmente in carcere ci vada chi deve andarci…Bel sogno, vero? Che dopo appena qualche minuto si trasformerebbe in un incubo, perché tempo qualche ora, l’intero sistema salterebbe: troppi detenuti, molti di più degli oltre sessantamila detenuti. Oppure immaginiamo che cosa sarebbero oggi le carceri se non si fosse varato l’indulto.
   A queste domande il ministro della Giustizia Angiolino Alfano non risponde, per la semplice ragione che non ha una risposta, non ha una politica. E intanto i Gasparri e i Quagliariello continuano a ciancicare di sicurezza, ordine pubblico, certezza della pena, necessità di caccia all’immigrato da punire se clandestino in quanto tale, e non per quello che fa o ha fatto. Ma facciano il piacere! 

da articolo21.info





mercoledì, 08 luglio 2009
 


di Roberto Natale*

Il processo di primo grado per la morte di Federico Aldrovandi, avvenuta a Ferrara il 25 settembre del 2005, è arrivato a conclusione. Il Tribunale ha condannato quattro agenti di polizia a tre anni e sei mesi per “eccesso colposo”: li ha giudicati responsabili di aver infierito sul ragazzo, che avevano ammanettato e steso per terra a faccia in giù. Ma la sentenza deve essere arrivata come una sorta di fulmine a ciel sereno per la gran parte dell’opinione pubblica italiana. Il processo, infatti, è andato avanti per mesi nel quasi totale disinteresse dell’informazione: bastano le dita di una mano per contare i quotidiani, i telegiornali e gli spazi di approfondimento televisivo (“Chi l’ha visto?”) che hanno seguito con continuità la vicenda. Eppure è stato un processo molto interessante, sostengono i pochissimi cronisti che l’hanno frequentato: un processo in cui alcune prove si sono formate proprio in aula, durante il dibattimento. Eppure si dice che di questi tempi la cronaca nera e la giudiziaria “tirino” molto. Eppure la passione dell’informazione per le aule di giustizia e per la ricostruzione dei processi negli studi tv è così accentuata che l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha sollecitato e ottenuto l’adozione di un “Codice di autoregolamentazione in materia di rappresentazione di vicende giudiziarie nelle trasmissioni radiotelevisive”. Come mai, allora, del processo Aldrovandi non ce ne siamo curati? Non si può non mettere a confronto questo silenzio con il clamore mediatico che, da mesi, continua ad esserci intorno al processo di Perugia, seguito udienza per udienza, con professionale scrupolo. Una semplicissima ricerca di parole-chiave sulle principali agenzie di stampa, negli ultimi 30 giorni, dà questo risultato: “Meredith” compare in 156 lanci, “Aldrovandi” in 6 (inclusa la sentenza). Difficile sostenere che a Ferrara si sia esaminato un fatto di minore rilevanza rispetto al delitto Kercher. Anche lì c’è una giovane vita stroncata; anche lì c’è il dolore di una famiglia. Ma ci sono una cosa in più e una cosa in meno, nella storia di Federico. In più c’è il coinvolgimento di agenti di polizia: è una vicenda che spinge ad interrogarsi sul modo in cui alcuni intendono il ruolo di “forze dell’ordine”. Una questione che potenzialmente riguarda noi tutti, visto che tutti beneficiamo ogni giorno - per fortuna - della sicurezza che gli agenti garantiscono. In teoria, dunque, questo elemento avrebbe dovuto accrescere l’interesse per la storia. Oppure proprio il coinvolgimento di agenti di polizia ha funzionato da freno, spingendoci all’autocensura? Ma c’è anche una cosa in meno: a Ferrara non c’è sesso, nella vicenda che ha portato alla morte del giovane Aldrovandi. Nessuna possibilità di “arricchire” il racconto con tracce di Dna, reggiseni, ipotesi sulle relazioni tra i giovani coinvolti. E’ un dubbio consistente: sarà mica per questo che Perugia ci interessa tanto e Ferrara quasi per niente? Ed è un dubbio che fa male, soprattutto in queste settimane in cui il giornalismo italiano sta combattendo una sacrosanta battaglia contro il disegno di legge sulle intercettazioni. La stiamo conducendo in nome del diritto dei cittadini di continuare a conoscere vicende di indubbio rilievo pubblico. Rifiutiamo di essere raffigurati - come invece tendono a fare i sostenitori del provvedimento - alla stregua di una corporazione di guardoni, interessati a pubblicare le intercettazioni soprattutto perché vogliosi di mettere in pagina i particolari più pruriginosi che emergono dalle trascrizioni delle telefonate. Difendiamo un’idea di  cronaca che misura gli eventi in base alla loro rilevanza sociale, più che al loro potenziale erogeno. La difendiamo contro chi, dall’esterno della professione, vuole metterci il bavaglio. Ma forse gli avversari non sono solo fuori di noi.


*Presidente Fnsi

Chi riprenderà l’appello lanciato dal presidente della FNSI  Roberto Natale a proposito del processo Aldrovandi. Per quale ragione la vicenda del giovane ferrarese morto in seguito alle violenze subite da parte di alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine non è stata ritenuta degna di attenzione.

Eppure un centesimo del tempo dedicati ai vari delitti di Perugia e di Garlasco sarebbe stato sufficiente a rendere giustizia ad una famiglia che ha dovuto lottare contro bugie,veline di ogni tipo,silenzi indicibili e insopportabili. Eppure una corretta e ampia informazione avrebbe anche permesso di distinguere tra i poliziotti,la stragrande maggioranza che fanno il loro dovere, e chi invece ha ritenuto,stando alla sentenza,di abusare gravemente delle sue funzioni.

Vogliamo sperare che almeno uno dei tradizionali luoghi degli approfondimenti televisivi voglia puntare i propri riflettori su questa vicenda.
di Giuseppe Giulietti

da articolo21.info





martedì, 07 luglio 2009
 


Non ci sono dubbi: don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia il 15 settembre del ’93, è un martire della Chiesa. Sono le conclusioni a cui è giunto, alla luce degli atti giuridici e delle prove raccolte, il teologo siciliano don Mario Torcivia che da anni segue il processo per la causa di beatificazione di don Puglisi.

Torcivia ha deciso di rendere partecipe il grande pubblico delle sue tesi e lo fa con un saggio da poco nelle librerie: Il martirio di don Giuseppe Puglisi. Una riflessione teologica (ed. Monti, pp.180, euro 14).
Il teologo siciliano ha curato nei confronti di don Puglisi l’estensione della “Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis” cioè del rapporto che raccoglie sistematicamente tutti i documenti sul Servo di Dio. A Tarcivia tre anni fa la Commissione teologica della Congregazione delle cause dei santi, dopo aver esaminato la “Positio”, ha chiesto di accertare se Salvatore Grigoli abbia sparato veramente in odium fidei, in piena avversione della fede. Tarcivia ha risposto alla Commissione (e lo ribadisce nel suo recente libro) che i mafiosi sono “seguaci dell’ateismo pratico, perché di fatto sono avvinti da un sistema di disvalori, vivono senza Dio”, sono pervasi da un “deciso odio verso Dio e i credenti in Cristo” come dimostrato dai loro comportamenti criminosi. La mafia ha assassinato don Puglisi “in odio alle virtù richieste da una vita coerente con la fede cristiana”. 
Dopo otto anni dalla conclusione del processo diocesano si attende ora l’ufficializzazione della beatificazione di don Pino Puglisi.

da antimafiaduemila.com